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"I M P E R T I N E N T E" by Piero Sampiero

Non scandalizzarti se non di te stesso (Mino Maccari) Il contrario di quel che dico mi seduce come un mondo favoloso (Leo Longanesi)

E’ stato ripubblicato da Sellerio ‘’Il diario di un giudice’’, edito per la prima volta da Einaudi nel 1956, con una postfazione poco accorta di Andrea Camilleri, il quale ha in mente una figura diversa di magistrato, un po’ più terra terra, immerso nella società civile, uomo tra gli uomini ed anche affetto da strabismo o partigianeria come un comune cittadino e non alieno dai richiami della politica, materia poco commestibile, a nostro parere per chi voglia esercitare un potere imparziale, servo solo della legge e del diritto.

Il fatto è che dopo Troisi, che pure fu un intellettuale aperto al mondo contemporaneo, sofferente per il ruolo pesante di chi deve emettere sentenze, che comunque incidono sull’anima e la carne dei nostri simili, si è persa nella nebbia la funzione un tempo definita, non senza ragione, sacrale del giudicare.

Oggi si parla tranquillamente perfino di un partito dei giudici o di una casta nel senso corporativo del termine e non nel senso teologico di un tempo.

Giudici come Troisi, esempio cristallino di onestà morale, di coscienza critica del sistema giudiziario, modello di servitore dello Stato, tormentato dal dubbio e dalla sensibilità della costante ricerca della verità, non esistono più: abbiamo solo burocrati. martelletto_animato

Leggere Piero Buscaroli nel suo ultimo libro ‘’Dalla parte dei vinti’’ (Mondadori ed., 2010, 27 euro) è come addentrarsi in un’enciclopedia vivente.

Intanto si comincia in punta di piedi a centellinare parola per parola, per poi inoltrarsi nella narrazione con timore reverenziale per l’approccio a temi e concetti  profondi, dal risvolto classico: una prosa avvincente, ineffabile, profetica, aurea.

Ha la compostezza, la ricchezza di linguaggio, la cura e la raffinatezza di un signore rinascimentale, che apprezza e condivide tutti i campi del sapere, nel rappresentare luoghi di conoscenza frequentati con inimitabile sprezzatura ed acutezza d’intelletto, il frutto succulento di studi, educazione, dimestichezza con il bello acquisita fin  dall’infanzia.

La  scrittura togata ed affascinante, al tempo stesso,  ne fa uno degli ultimi valenti, poliedrici, poligrafi del novecento.

Le frasi s’incastonano nei capitelli della storia come fregi di rara eleganza e scandiscono il distacco dalle generazioni successive, irrimediabilmente precipitate nella banalità della massificazione.

Cacciari,  filosofo e suo parente, uno dei più vivaci intellettuali non conformisti del nostro tempo, segna la distanza tra due epoche: a seguire le descrizioni dell’austero autore del cennato libro, interprete e commentatore degli anni della seconda guerra mondiale e di quella fratricida del nostro paese, protagonista lucido e critico implacabile dei turbolenti eventi post-bellici e della decadenza dell’Europa, il barbuto ex sindaco di Venezia, pur con la sua passione per la geo-politica, fa la figura di un alunno indisciplinato e poco diligente, un po’ superficiale e monello.

Guai ad azzardare paragoni con chicchessia.

Nessuno può eguagliare Buscaroli per erudizione e vastità di esperienze, scienza e   saggezza impervia, onestà e la chiarezza di idee ed  l’ intrepido caratteraccio: egli non si discute, è semplicemente un monstrum, a cui inchinarsi con deferenza ed ammirazione e rispettoso ossequio.thumbnailCAMDVMZ6

Amare Mirò mi pare del tutto naturale: vedi i suoi quadri e istintivamente ti senti immerso nell’universo di luci e colori, di segni e simboli grafici, che sono un canto d’amore per la libertà, per la natura sospesa tra realtà e sogno, in un mondo lontano dalle brutture dell’uomo. Il pittore catalano dipinge come se componesse dei versi, seguendo il proprio inconscio: distrugge la materia per creare immagini, che descrivono il senso più profondo dell’essere e mettono a nudo l’anima umana più vera, superando i limiti della quotidianità, senza recidere i legami con la madre terra. Le sue opere leniscono i dolori, le sofferenze, le violenze inflitte alle creature indifese e fragili: sono una difesa contro il pessimismo catastrofico delle persone delicate e sensibili. Un filo d’erba, il sorgere del sole, l’incanto delle notti stellate, l’aspirazione all’armonia, l’amplesso senza riserve con l’eros divino. Come i tanti ammiratori della sua pittura poetica, me ne innamorai per caso, inconsapevolmente, restando stupefatto di fronte al miracolo della sua fatica. Pur non avendo avuto alcuna attenzione per la modernità di certi movimenti ed autori, l’incontro con le sue creazioni, mi dette la sensazione netta che non esistono schemi e suddivisioni, categorie, paradigmi, etichette nell’arte e che è possibile ancora incantarsi, come notava il grande Orazio Flacco, di fronte al bello, perché il pregio estetico ti colpisce immediatamente.

In un servizio televisivo di una delle reti più aderenti alla realtà del nostro tempo, hanno voluto ricordare la festa del papà, tentando di andare oltre gli aspetti del consumismo di maniera per rintracciare, se possibile, un significato più profondo della cosiddetta ‘ricorrenza’ ( che richiama tanto la commemorazione dei defunti del 2 novembre, ormai aggiornata alla versione di Halloween, a sua volta stemperata dal suo fondo pagano primigenio, per diventare uno show per piccoli ed adulti all’insegna del puro divertimento forzato). Orbene, le scene, dedicate all’odierna figura paterna, sono state a dir poco patetiche (neppure commoventi) con tipi umani i quali balbettavano, quasi vergognandosene, che sì, loro erano dei papà (non padri , parola troppo impegnativa per i tempi moderni) e sarebbero stati assolutamente felici se qualcuno dei loro figli avesse dato loro (una volta tanto, magari) un abbraccio e qualche parolina affettuosa… Uomini ammutoliti dalla realtà quotidiana, confinati ad un ruolo marginale, da cenerentola, lieti di fare la parte dei gregari e di sostituirsi alle proprie mogli e compagne nel rafforzare il mondo femminilizzato all’interno della casa, di quel che resta della famiglia e fuori, nella società, dominata dalla più cruda perdita d’identità. A veder scorrere le immagini con tanti ometti in tuta firmata o con l’uniforme dell’ovvietà contemporanea ormai rassegnati a funzioni subalterne e quasi sorpresi dall’attenzione dei media, non poteva non emergere l’idea dello zoo ospitante moltitudini di scimmie addestrate, pronte a raccogliere banane e noccioline e a sghignazzare saltellando per la beota serenità di un mondo inconsapevole del proprio tragico destino.

Chi avesse pensato ad un nuovo ciclo di trasmissioni non contrassegnate dalla solita faziosità post-sessantottina, confidando nella figura accattivante di Luisella Costamagna, peraltro provvista del viatico filo-statalista ed assistenzialista della 7, ha dovuto in fretta ricredersi e ritrovarsi nel solito ambaradan degli orfani del padre-partito-padrone di berlingueriana e ormai stantìa memoria.

Ne è recente testimonianza lo show allestito sulle tasse e gli evasori, senza senso della realtà e il benché minimo discernimento per un tema talmente complesso per il quale sarebbe stata necessaria una disamina più accurata, meno plateale e demagogica.

La fiscalità, oggetto di disputa tra esperti e commentatori di alto livello e di fama internazionale, non è riconducibile alla elencazione dei soliti luoghi comuni o alla ripetizione ossessiva di slogan buoni tutt’al più per i comizi in piazza.

Tanto per dare un tocco caricaturale al dibattito (si fa per dire), tra un pm ancora in servizio e chiaramente impegnato nella cattura di delinquenti sociali (come razzisticamente sono stati definiti imputati ancora in attesa di giudizio) ed uno scrittore libertario, da tempo in lotta contro le esagerazioni e le menzogne diffuse per santificare un’attività spesso poco commendevole in uno stato di diritto, non si è pensato di meglio che collegarsi ad un circolo di periferia, composto dai soliti corbellati (pensionati ed operai) tramite un portavoce improbabile come il giovane romanziere della terra di Gramsci, Flavio Soriga, sorretto da un flatus gracile e roco, quasi impercettibile alle orecchie del pubblico e poco attendibile per la sua più che prevedibile azione di supporter per i tifosi della repressione tributaria.

In tale gallinaio di poveri derelitti masochisti, piegati da una tassazione vergognosa ed oscena di un apparato pubblico al tempo stesso inefficiente con i potenti ed impietoso con i deboli, si osava invocare la mannaia del fisco contro i cosiddetti evasori ( i quali com’è stato confermato, nel corso della discussione, sono ben conosciuti dagli esattori, ma rimangono impuniti per il vincolo, neppure tanto occulto, tra la politica agli affari, per il quale è più opportuno parlare tecnicamente di elusione anziché di evasione dal fisco, sorretto da una ragnatela di connivenze legislative, dipanatesi da tempo immemorabile per garantire salvacondotti indistruttibili ai ricchi o super ricchi, alle grandi società alle proprietà miliardarie a tutto danno dei ceti medio-piccoli, com’è ormai chiaro dalla politica canagliesca del governo tecnico, il quale non la capacità di eliminare gli sprechi del parassitismo pubblico, ma ricorre maramaldescamente all’impiccagione di schiere di cittadini privi di protezione sociale.

I colleghi universitari del premier continuano a sgolarsi, implorando maggiore decisione nella deforestazione dei privilegi e della costosa inutile giungla della spesa statale e degli enti locali ed il Prof continua a far finta di niente per continuare ad avere il fasullo appoggio della partitocrazia con la quale evidentemente sussiste un pactum sceleris inscindibile e sempre più vessatorio verso la gente comune.

Ora, organizzare una comparsata in cui il solito esemplare di virgulto della politica politicante dell’ultima periferia del paese si mette ad esaltare un patto civile tra i cittadini e il Moloch è un insulto per l’intelligenza degli scolari delle elementari, meno per chi in questo sistema ci sguazza, appartenendo ad una delle tante corporazioni o alla categoria sempre verde degli aspiranti valletti della casta.

Inutili gli appalusi preconfezionati dalla claque per corroborare tesi improbabili come quella che senza tasse i servizi per il cittadino difetteranno sempre di più distruggendo il welfare per i più poveri.Solo gli struzzi non vedono quel che accade nel verminaio della pubblica amministrazione in ogni campo si vada a parare. Senza voler fare d’ogni erba un fascio, pare ormai incontrovertibile che il fallimento regna sovrano in ogni settore pubblico, dalla sanità alla giustizia, dall’istruzione ai lavori pubblici, all’informazione, alla previdenza, plasticamente evidenziando quanto lo sperpero ed il ladrocinio regnino sovrani sulla pelle dei contribuenti.

Che dire dunque di Robinson? Gli manca il solito Venerdì per farne una trasmissione obiettiva al servizio della comunicazione non taroccata e delle opinioni libere.

E’ stato un bel colpo di teatro quello del Quirinale, adatto ai tempi che viviamo.

Se non altro Benigni incarna il cambiamento ideologico della piazza per così dire nazional- popolare, quella che, imbevuta di cultura post marxista e gramsciana, ha scoperto a modo suo la patria.

Un revirement considerato impossibile fino a pochi anni orsono e realizzabile solo grazie all’elezione di un comunista doc come Napolitano.

Non so se ci si debba rallegrare o sghignazzare alla vista di un comico,il quale  dopo aver recitato Dante davanti a milioni di telespettatori, ignorando la natura profondamente reazionaria ed imperialista del Poeta, ha voluto celebrare il Pantheon del nostro risorgimento, espungendolo da richiami monarchici e cavouriani.

 

Limitiamoci a guardare lo spettacolo,considerandolo come un passo obbligato per incorniciare il minimalismo politico ed etico del regime partitocratico, durante il quale sono andati ad ingrossare l’esercito dei politicanti- comici quasi tutti i rappresentanti del popolo, saldamente incollati alle loro poltrone dal dopoguerra ad oggi.

Caro Prof Cardini,

in un recente editoriale, assai interessante ed articolato, nel quale ella analizza la funzione dello storico e la interpretazione della storia, secondo coordinate filosofiche e religiose, dandoci una magistrale lezione civile, pone il finale quesito se sia possibile, sul piano intellettuale ed operativo, essere, al tempo stesso reazionari ed eversivi, ed anche nihilisti e provvidenzialisti insieme, sfidando in questa singolare tenzone chiunque voglia contraddirla od argomentare in senso contrario al suo.

Il principale protagonista di questa, apparente o no, ma singolare posizione è naturalmente lei, un maestro di dialettica, un uomo di vastissima e profonda cultura, il quale da tempo ormai ha il pervicace interesse a comporre tra loro tesi contrastanti o antitetiche tra loro in una visone del mondo definibile semplicemente ossimorica.

Mi guardo bene dall’avversare la sua tesi, essendo abituato alle sue fruttifere speculazioni, cambi di campo di battaglia, opinioni anticonformiste, tese ad abbattere gli idola contemporanei, a distruggere i più insulsi luoghi comuni, a difendere le retrovie del sapere senz’aggettivi, libere dalle malefiche ideologie novecentesche, per lanciarsi in attacchi donchisciotteschi contro i vincitori di eri e di oggi di ideali sempreverdi di giustizia e libertà, senso del sacro e solidarismo umano, riscatto dei poveri e dei deboli.

Mi ha allo stesso tempo indignato ed attratto la sua interlocuzione nel recente incontro tra il Papa e Fidel Castro, il quale forse afflitto da potenti sensi di colpa nel suo mancato disegno politico, chiede consigli a Benedetto XVI sui libri da leggere durante il percorso ancora da compiere da qui all’aldilà, e la sua più che benevola interpretazione in termini evangelici del celebre libro di uno scrittore laico come Hemingway, a lungo frequentatore appassionato di Cuba e dei cubani, Il vecchio ed il mare, apologo dell’invincibilità di alcuni uomini, dotati di forza e di carattere, da ritenersi comunque vincitori nonostante le sconfitte, grazie al loro invitto impegno e la coerenza con le proprie idee nel corso della propria esistenza.

In linea di principio come non concordare?

Nelle vicende umane, magari familiari e alla luce della storia, ci è dato constatare che uomini di carattere, dalla personalità esemplare, nonostante debolezze, difetti, vizi ed errori, sono ascesi comunque nell’olimpo dei valorosi, pur essendo sconosciuti ai più, gente di umile origine magari come il pescatore immortalato dal grande Ernst. Ma sul piano politico,. siamo proprio sicuri che l’equazione abbia la stessa valenza, lo stesso significato?

Mi consenta di dubitare fortemente dell’assioma che cristianesimo e marxismo (nelle sue varie salse) possano equivalersi ed essere alla fine due facce della stessa medaglia contro il comune nemico liberal liberista ed individualista.

E’ una tesi che non da oggi nelle sue polemiche antiamericane non mi ha mai convinto del tutto.

Io ho pensato che il cristianesimo a coronamento della civiltà greco-romana fosse l’apoteosi della persona umana, vista nella sua individualità e che le battaglie della chiesa contro lo strapotere dello stato anteponessero proprio il singolo alla forza spesso ingiustificata dello stato. Non ho mai pensato che libertà individuale e bene comune fossero confliggenti ed ho considerato lo spirito giacobino, figlio del terrore rivoluzionario il padre delle violenze sanguinose che hanno imbrattato di vergogna e contraddistinto le malvagie ideologie del secolo scorso, considerando i cittadini solo dei numeri di fronte alla idolatrica supremazia dello stato o della politica.

Ci sono affinità e parentele innegabili tra cristianesimo e liberalismo, ci cui ella non pare voler assolutamente tener conto, letteratura scientifica, teorie economiche, saggi di filosofi e teologi che indicano un giudizio diverso dal suo, che mi pare si appiattisca troppo sulle posizioni post comuniste, le quali perfino si autoassolvono di tutti gli orrori del passato, nel segno della pura idealità.Perché ammantare di nobiltà presunta e tutta da verificare le azioni anche delittuose e comunque ignare della supremazia dell’uomo, del singolo appartenente alla comunità, dell’individuo, del cittadino, di ciascun membro della società civile sottoponendolo al volere e agli abusi del Leviatano, in nome di utopie tragiche, di fanatismi dissennati, che avendo perso il senso del sacro considerano le persone come insetti ne calpestano la dignità e la stessa vita?

Caro Prof, non sarebbe il caso di riflettere più a fondo prima di distribuire patenti di valore troppo generosamente a quanti sono stati semplicemente irriducibili nemici della libertà individuale e collettiva?

Essere reazionari ed eversivi o nihilisti e provvidenzialisti, probabilmente è un falso dilemma di fronte alla complessità della vita e ai valori a cui riferirsi.

Ma il problema della tirannia sotto i vari regimi totalitari ed ancor più nelle false democrazie, nella dittatura della maggioranza o del pensiero unico rimarrà sempre fondamentale nelle scelte di ogni giorno.

Scriveva saggiamente E. Junger ed ancora oggi le sue parole suonano profetiche e al servizio della verità:” Ecco perché i tiranni hanno paura. Possono ridurre all’obbedienza milioni di uomini, ma non quell’uno che in sé ha ridotto in schiavitù la morte. Egli ristabilisce la dignità dell’uomo.”

Basta vedere i telegiornali per capire ogni giorno di più che siamo un pese ostaggio dei ladri della partitocrazia. Tutte le facce di bronzo dei politici di professione si assomigliano come gocce d’acqua. Non c’è speranza per questa società asservita ad una democrazia mafiosa.

Il governo di transizione, la cui finalità principale è quella di farci uscire dalla crisi economica per renderci ancora più schiavi dei poteri forti, rinunciando ad ogni sovranità nazionale e ad ogni autonomia decisionale, rappresenta solo una fase, al termine della quale, ripiomberemo nella condizione di sudditi manipolabili da minoranze prive di legittimazione e credibilità.

(LiberoReporter week)

Ma chi crede di essere Carlo Freccero?



La sua immagine è fin troppo nota al pubblico televisivo e la fissità del suo sguardo, perso nei propri pensieri, quasi sempre sospesi tra odio ed aggressività, al di là di un approssimativo sorriso di maniera, non si può dire che predispongano alla simpatia e all’attenzione, né il linguaggio, imperlato di goccioline di fatica sovrumana, per l’oggettiva difficoltà ad interloquire con il prossimo, non lo accreditano certamente come un personaggio di talento, ma piuttosto come un settario di stampo stalinista.

Ero rimasto all’ultima sua performance sul trespolo di Anno Zero (in compagnia del furbo contadinotto Antonio Di Pietro, entrambi accomunati dall’incurabile malattia giustizialista e dall’inestirpabile tendenza presenzialista), tutto intento a beatificare il geniale Celentano sanremese, interpretando la religione cristiana come l’altra faccia della medaglia marxista, antesignana della rivoluzione, della realizzazione del paradiso in terra.

Ora, invece, ci si accorge che il primigenio e ricchissimo dirigente Rai, l’artefice insostituibile dei meravigliosi programmi del servizio pubblico, tesi a creare l’uomo nuovo del secondo millennio, manco a dirlo, fabbricato con indelebile impronta leninista, e pronto a combattere, al segnale di Pavlov, la reazione in agguato, non pone limiti alla propria onnipotenza e all’innata vocazione a divulgare il libretto rosso di Mao, ad esibire le tavole della legge totalitaria, a stabilire, da perfetto mandarino, di volta in volta, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto per il bene della causa.

Un giovane garbato, benché tosto, redattore delle pagine culturali di ‘Libero’( inorridite gente!), Francesco Borgonovo, ha avuto la malaugurata idea di criticare la messa in onda in prima serata, sulla Tv pubblica, ad opera dell’ ideologo Freccero, di una serie dedicata al sesso generalista (ivi compreso quello omofilo), atto ad erudire i pupi sui liberi costumi, ormai diffusi in tutta Europa tra adulti consenzienti, a dispetto delle conclamate, quanto introvabili, radici cristiane del vecchio continente.

Di quale peccato si è macchiato Borgonovo?

Non tanto di aver rappresentato una voce diversa, non laicista, ma tendenzialmente rispettosa della religione cattolica, quanto di aver registrato una telefonata isterica, colma d’insulti ed invettive, rabbiosa e persecutrice del nostro magnifico e progressivo dirigente Rai, depositario non solo della verità rilevata, ma anche unico possessore della sola cultura che conti, quella post-comunista o radical chic e (udite, udite!) di averla resa nota, pubblicandola sulle pagine del suo quotidiano.

Ma come?

Il deus ex machina della Televisione di Stato ingiunge all’articolista di un foglio conservatore di leggere dei libri e questi ha l’impudenza di andare a spifferare al mondo intero le parole biliose di un grande intellettuale di estrema sinistra, anziché cospargersi il capo di cenere, chiedere perdono ed inchinarsi di fronte al grande uomo di cultura?

Incredibile.

Anni di esercizio del potere di manipolare le masse hanno reso Freccero del tutto indifferente alla società reale: egli è pervicacemente convinto di dettare il galateo e ancor più d’impartire con supponenza lezioni culturali.

Ma di quali libri parla?

Quelli che andavano di moda nel ’68?

Quelli dei suoi maitres à penser, autori morali o materiali di stragi terroristiche?

Oppure dei sempiterni visionari fanatici della rivolta bolscevica così ben definita dal compagno Fantozzi, a commento del capolavoro della cinematografia sovietica, come una c….. pazzesca?

Non si accorge che, nelle sue apparizioni e nei suoi stentati comizi, assomiglia, ogni giorno di più, alla figura del trinariciuto, fumante di collera, delle vignette di Guareschi e che i suoi banali tentativi d’incarnare un rosso gerarca addetto alla propaganda di regime sono solo patetici?

Pubblicato su LR – LiberoReporter week.

”LA FIGURA DELL’ESTETA NEL TEMPO” INTRODUZIONE: La figura dell’esteta è mutata nel corso del tempo, con gli esempi di Arbitrer Petronio, Søren Kierkegaard, Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. Si potrebbe discutere a lungo su cosa voglia dire essere un “esteta”, il significato più esaustivo è fornito da queste tre accezioni principali: 1. La prima identifica nell’esteta colui che “subordina il vero e la morale ai valori estetici” ed ha “il culto della bellezza”. 2. La seconda vede in lui semplicemente “chi si applica allo studio dell’arte e dell’estetica”. 3. La terza lo identifica come “chi trae da un’accurata e raffinata educazione del gusto alla bellezza una norma di vita e di comportamento che lo conduce ad un superiore dilettantismo intellettuale, alla ricerca di sensazioni squisite, e anche a un’eleganza estrema di vita, di abbigliamento, di espressione e di comportamento”. La definizione che io approfondirò è quella che si ritrova nella cultura inglese, che afferma che l’”aesthete” è “una persona che professa uno speciale apprezzamento per ciò che è bello, e si sforza di portare le sue idee sulla bellezza a manifestazione pratica”, che è la fusione tra la prima e la terza definizione, ossia la fusione tra il lato teorico e quello pratico, visto che senza una continua educazione al bello l’azione non conta, e senza azione la conoscenza diviene inutile. ARBITRO PETRONIO: (? – Cuma 66 d.C.) Petronio può essere considerato il primo esteta. Di non conosciamo molto: le uniche fonti su di lui ci sono giunte dagli Annales di Tacito, nelle quali lo reputa l’autore del Satirycon. La figura dell’esteta: • Arbitrer elegantiae: tradotto letteralmente significa arbitro di raffinatezza. Petronio con la sua raffinatezza, con il suo gusto estetico e la sua capacità di intrattenitore affascinò a tal punto Nerone che lo accolse nella sua corte facendone un punto di riferimento e si affidò totalmente a lui nella scelta dei piaceri più ricercati. • Dormiva di giorno e dedicava la notte ai piaceri ma anche alle cose serie. • Non amava il lavoro, a questo preferiva l’ignavia, la pigrizia. Il suicidio: • La fama che aveva acquisito a corte e il favore di Nerone, scatenarono l’invidia e l’odio di Tigellino, che lo accusò di fare parte della congiura di Pisone contro l’imperatore. Petronio non volle attendere che gli giungesse l’ordine di morire, quindi decise di farsi recidere le vene, e poi di farsele richiudere, rallentando così il momento della fine. Egli passò le ultime ore a banchetto a discorrere non sui i soliti discorsi sull’immortalità dell’anima (alla maniera dei saggi e degli uomini forti come Seneca), bensì ascoltando poesie di contenuto poco serio e amene discussioni. ? da ciò traspare il suo distacco verso qualsiasi forma di ipocrisia, la sua calma e la non esagerazione del suicidio, che sono fattori determinanti per un esteta, in quanto l’esteta non si mette mai in mostra. La critica: • Petronio nel Satirycon spiega con distaccata ironia il contesto sociale delle classi emergenti e dei nuovi ricchi. L’autore offre il ritratto di una società ormai corrotta e avida in cui sono orinai espliciti i sintomi di un decadimento sociale. • La sua critica, però, non è di natura morale, bensì di natura estetica ? ciò che egli disapprova è il cattivo gusto. • In questo modo ha affinità con gli esteti decadenti, in quanto sostituisce alle leggi morali le leggi del bello e poiché disprezza il ceto inferiore del liberti arricchiti, che ostentavano la loro ricchezza ma rimanevano di umili origini, di educazione inesistente e di grossolani gusti. ? Trimalchione SØREN KIERKEGAARD: (Copenaghen 1813-1855) La sua filosofia illustra diverse possibilità di vita: i primi due momenti, lo stadio estetico e lo stadio etico, vengono superati, sotto la spinta della noia, per arrivare allo stadio assoluto: lo stadio religioso. Stadio estetico: • è la forma di vita di chi esiste nell’attimo, nella quale l‘uomo “è immediatamente ciò che è”, ossia il comportamento di colui che, rifiutando ogni vincolo o impegno continuato, cerca l’attimo fuggente della propria realizzazione, all’insegna della novità e dell’avventura. Nella vita estetica si esclude la ripetizione, che implica sempre monotonia e toglie l’interessante alle vicende più promettenti. Questo stadio fallisce a causa della noia, poiché l’esteta, vivendo attimo per attimo non si è impegnato in niente, nemmeno nelle scelte di vita, e quindi la sua esistenza si rivela vuota. Inoltre, colui che non vuole approfonditamente nulla, è ovvio che ricada nella noia. ? poiché rifiuta ogni vincolo, il seduttore non si lega a nessuna donna particolare perché vuole non poter scegliere. Il desiderio di immediatezza: • Per Kierkegaard l’esteta è teso solo al soddisfacimento di sempre nuovi desideri e considera il mondo come uno spettacolo da godere. Si lascia vivere momento per momento, vive nell’istante, cioè vive per cogliere tutto ciò che vi è d’interessante nella vita, trascurando tutto ciò che è banale, ripetitivo e meschino. Il suo motto è la massima del poeta latino Orazio: carpe diem (cioè “cogli l’oggi”, vivi alla giornata e credi nel domani il meno possibile). Il seduttore: • Kierkegaard identifica la figura dell’esteta in quella del seduttore, precisamente nela figura di Giovanni, che pone il suo godimento non nella ricerca sfrenata e indiscriminata del piacere, ma nella limitazione e nell’intensità dell’appagamento, quindi non gli importa tanto di possedere la donna, quanto goderne esteticamente il cedimento e l’abbandono. • Il seduttore di Kierkegaard non è un seduttore sensuale (come il Don Giovanni Mozartiano), bensì un seduttore intellettuale, ossia colui che vuole vivere poeticamente, essendo dotato di una raffinata sensibilità che gli permette di cogliere sempre il lato interessante della vita. Egli ha natura contemplativa e riflessiva e tramite l’uso dell’arte dello spirito e del magistero della parola vuole portare la donna a quel punto di turbamento nel quale perde il proprio equilibrio ed è pronta a qualsiasi sacrificio. OSCAR WILDE: (Dublino 1854 – Parigi 1900) • He is the most important English aesthete and makes his life like a work of art, inspired by Walter Pater, who, starting to the reflection that life is a whole of pulsations which must be exepienced across sensations, conceived the concept of “life like a work of art”. He embodied the figure of the dandy: an aristocrat whose elegance is a symbol of the superiority of his spirit, who squader money, that for the borgeois is sacred. The Wildean dandy was interest only in beautiful clothes, good conversation and delicious food. He believed that only art could prevent the dead of the soul. There is a difference beetwen him and the other decadents, infact he didn’t live outside world, but he did all his best to become popular and famous. • The Aestheticism reflected the sense of frustration of the artists and their reaction against the materialism of the society, a reaction against the moralism and the utilitarian view of Victorian society. In this period borne the figure of the bohemian, he embodied his protest against the monotony and the vulgarity of bourgeois. • In the Preface of “The Picture of Dorian Gray” we can see the Manifesto of Eanglish Aestheticism and how he embodies his view of art and the artist. 1. The artist is the creator of beautiful things. Aesthete believed that Form was the essence of Beauty an Beauty was the highest perfection of human endeavours. 2. They are the elect to whom beautiful things mean only Beauty. There is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written. That is all. Art is a superior value that can’t be judge on moral, but only on aesthetic grounds. That can be summarized in the phrase “Art for Art’s sake”. 3. No artist has ethical sympathies. An ethical sympaty in an artist is an unpardonable manerism of style. The aesthete refuses the moral rules and the conventions, he arrives to accept the crime because it indicates free action without rules. 4. Vice and virtue are to the artist materials for an art. Art can talk about everything, because it’s indipendent and is the most perfect thng in the word, the only thing that is eternal, that can stop time. 5. All art is quite useless. Art flees to the repesentation of storical and social reality and close herself in the only celebration of herself, without any pratic or utilitaristic aim. It’s socially uselesse, it became Pure Art. • The only way for the aesthete to distinghiush his self by the masses is the cult of Beauty, the search of the finer things in life. The artist fell like an exile in the society, he doesn’t recognise his self in the values of the society, he searches to overcome the borgeous world that despise. Aesthete serches eroism, glory, a supreme ideal of beauty. GABRIELE D’ANNUNZIO: (Pescara 1863 – Gardone Riviera, Brescia 1938) Gabriele D’Annunzio è un esponente del Decadentismo italiano; egli incarna la figura dell’esteta fusa insieme a quella del poeta-vate (ossia un poeta di alta ispirazione, la cui poesia ha toni sacrali, quasi profetici, ed è specificatamente animata dall’impegno civile). Il verso è tutto: • Nel brano tratto dal Piacere si esprime il mito della bellezza d’annunziana: l’arte viene vista come valore supremo che porta all’assoluto, e nell’arte ha un posto di rilievo la parola. Per D’annunzio il “come è maggiore del cosa”, ossia la forma è più importante dei contenuti (come si può vedere in Alcyone). La figura dell’esteta: • Disprezzo per la borghesia: Poichè i primi valori della logica borghese sono l’utile, la produzione, il guadagno, a essi Baudeleraire oppose un valore inutile, sterile, senza tornaconti economici: la Bellezza intesa come perfezione assoluta, misteriosa e non umana. cultore della bellezza, colui che affetta eleganza e ricercatezza, contro la volgarità non tanto delle masse, quanto dell’arroganza borghese; il dandy dissipa denaro, che per il borghese è sacro, infrange il moralismo dominante, assume un atteggiamento di aristocratico del gusto in una società in cui l’aristocrazia di sangue non ha più peso reale. D’Annunzio si offre come mito di massa quando si identifica come un genio solitario e superiore, che disprezza aristocraticamente la massa e si circonda di esperienze “esclusive” e raffinate. (paradosso!). Radice del dandismo è il disgusto aristocratico per il “grigio diluvio demacratico”. Non si tratta più tanto di un’opposizione al mondo borghese, quanto di un’ideologia contraria all’acesa politica delle masse. Le masse possono partecipare alla storia solo se guidate da profeti ardimentosi e ispirati. In tal modo il dandy può diventare di nuovo poeta-vate, guida del popolo. Ma il poeta-vate dannunziano non è più il poeta che vuole guidare la nazione in nome di ideali universalmente umani (come carducci e hugo): è il demagogo che soggioga una massa disprezzata e creduta indegna di diritti politici. Sia il dandy sia il poeta-vate sono al di sopra della comune umanità, ma non ne possono fare a meno. D’annunzio è impensabile al di fuori delle strutture della società di massa. ( divismo ( per quanto sia lontano dalla folla, il divo vive in sua funzione. • Il dandy: alla cultura sostituisce il gusto ? grande forza sensitiva Bisogna fare della propria vita un’opera d’arte e per fare ciò bisogna avere tutto sotto controllo (Habuere, non habueri). È tramontata l’età del dandy che disprezza la logica dell’utile e del denaro o del poeta-vate che si atteggia a profeta: il dico ha alle spalle una vera industria, e il suo primo scopo è vendere, insieme ai sogni e alle illusioni che genera, se stesso. Vi è un culto della bellezza anche in campo lessicale, prediligendo la parola raffinata. • Sostituire alla morale l’estetica: per D’Annunzio ciò è negativo, in quanto come poeta vate deve avere una morale, e, inoltre, perché l’opera era rivolta ad un pubblico borghese. Il padre di Andrea Sperelli afferma che la menzogna sta alla base della vita.

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